Il tempo di lavorare con piacere

3f1dc264-b4c8-4401-b7e3-5656ce29d6acIl tempo di lavorare con piacere.

Per avere un’ispirazione su che cosa scrivere in quest’articolo, ho chiesto ad una cliente che cosa avrebbe voluto sapere sul tempo nel lavoro. Mi ha dato una risposta in apparenza sorprendente.

Non mi ha detto come posso organizzare il mio tempo al meglio. Non mi ha detto come faccio a bilanciare il mio tempo lavorativo con quello privato. Non mi ha detto come faccio a ridurre il mio orario lavorativo.
Quello che mi ha detto è: “Quello che mi interesserebbe del tempo nel lavoro è come questo possa diventare piacevole. Come faccio a far si che sia piacevole?”.

Ho ripensato a domenica scorsa, al torneo di scacchi a cui avevo partecipato e alle quattro ore della mia partita. Non mi ero mai alzato. Avevo costantemente proiettato nella mia mente immagini di varianti, sviluppato analisi e fatto scelte. Alla fine, ero sfinito dallo stress di essere stato continuamente concentrato per quattr’ore. Eppure, la sensazione era che il tempo fosse volato. E quando la partita è terminata ero contento. Ero stanco morto, il tempo era volato ed io ero contento.

Sento le vostre menti obiettare: “bella scoperta stavi giocando! Quando ti diverti il tempo vola. Sul lavoro è diverso.” Forse avete ragione…o forse no. Vediamo.

Vorrei farvi fare la conoscenza di un mio cliente. Ha 80 anni. Lavora 13 ore al giorno da quando ne aveva diciassette. Col suo socio ha creato un’azienda di componenti meccaniche che ha un bel fatturato. Tutte le mattine si alza e va in officina. Si mette alle macchine e fa i suoi pezzi. Si avete capito bene, non va a gestire i suoi operai, non fa il manager o il padrone che sorveglia. Lui fa i pezzi al tornio o alla fresa.  Percepisce ovviamente una pensione (e gli utili) e mi dice “sa dottore, se fosse per i soldi io potrei starmene a casa. Vengo qui perché mi piace. Mi piace lavorare l’acciaio e la ghisa. E il tempo mi passa via veloce che non me ne accorgo nemmeno.”

E che dovrei dire di quell’altro mio cliente che di anni ne ha novanta (90!), gira il mondo fra le sue aziende, conosce tutti i numeri delle filiali, conosce per nome tutte le persone più importanti (centinaia), ascolta e discute nel merito i budget e le scelte strategiche. Non ha intenzione di smettere perché questo è quello che gli piace fare. Il tempo per lui sembra non contare.

Allora penso anche a tutte le volte che ho lavorato duro ma il tempo è volato, perché quello che facevo mi piaceva e mi piaceva perché esso aveva senso…per me.

Non è che il tempo passi veloce quando ci si diverte. La verità è che quando lo si struttura in un modo che sembra avere un suo senso per noi, allora passa veloce ed è piacevole.

Non è una questione di fatica (quanto si fatica in una partita di calcio?) non è una questione di gioco, (quanti giochi sono mortalmente noiosi?) non è una questione di tipo di lavoro, (quanti lavori manageriali sono pesanti?). È una questione di senso per noi.

L’uomo ha un bisogno profondo e basilare di strutturare il tempo della vita.

E soprattutto ha bisogno di strutturare il tempo trovando un senso alle sue giornate, alle sue esperienze, allo scorrere delle cose.

È così importante questo bisogno che influenza la nostra motivazione a fare, la gestione del tempo della nostra vita e il nostro bisogno di relazionarci. Così incontriamo anziani che parlano per ore dei loro malanni e giovani che spettegolano di persone che hanno visto solo in un video.

Abbiamo inventato la creatività per battere la noia, che è assenza della struttura del tempo.

Il lavoro struttura il tempo e quando il lavoro finisce dobbiamo affrontare il trauma dell’assenza di struttura del tempo. Come accade a chi va in pensione o chi viene licenziato. Si va in depressione per la perdita di senso e di un tempo finalizzato e strutturato, non per la perdita del lavoro.

È per questo che i miei due clienti strutturano il tempo ciascuno a modo suo.

Il lavoro dunque struttura il tempo della nostra vita, ma il punto è: questa struttura ha senso per noi? Se la risposta è affermativa il vostro tempo lavorativo sarà piacevole, altrimenti sentirete solo la fatica e niente a parte la disciplina vi salverà da risposte alla frustrazione tanto automatiche quanto dannose.

Se non ha senso per noi allora dobbiamo cambiare lavoro? Non necessariamente, a volte “basta” cambiare il modo con cui guardiamo a quello che facciamo.

Prospettive diverse portano a sensi diversi.

Ma cambiare prospettiva richiede un lavoro su se stessi. E questo non è materia di un articolo, ma è lo sviluppo della consapevolezza di come siamo, di come agiamo, di quello che vogliamo per noi e poi l’assunzione su di noi della responsabilità di cambiare.

Facile a dirsi…difficile, ma possibile a farsi.

Andrea Abbatelli
(Partner Kiai)

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